Sant’Eurosia

Campofiorenzo non ha tradito nemmeno nella scelta dei suoi patroni, San Mauro e Sant’Eurosia, la sua originaria anima contadina.

Il primo, mercante di neve, è sempre stato invocato per la protezione delle terre sotto la coltre di neve, la seconda invece protegge i raccolti proprio in questo periodo dell’anno, all’inizio dell’estate.

La sua festa si celebra il 25 Giugno e, nelle campagne, viene ritenuta protettrice dei raccolti oltre che essere invocata contro le avversità e per i frutti della terra.

E’ una santa di origine spagnola martirizzata nel 714 a Jaca, città ai confini dei Pirenei. Durante il suo martirio, ad opera dei Saraceni, in cielo si scatenò un grandinare furibondo, uno scrosciare spaventoso di acque, folgori e tuoni assordanti, venti fortissimi. I Saraceni fuggirono terrorizzati mentre una voce più potente della tempesta diceva “Sia dato a Lei il dono di sedare le tempeste, ovunque sia invocato il suo nome!”.

Viene rappresentata con la palma del martirio e con insegne regali, nel nostro caso una corona.

La nostra comunità ha sempre festeggiato la sua patrona con dei riti particolari anche se, solo da poco più di un decennio a questa parte, ha ricominciato a festeggiarla nel giorno esatto della sua festa. Nei decenni precedenti infatti è sempre stata festeggiata il lunedì successivo alla terza domenica del mese di Luglio, il giorno seguente alla festa di Casatenovo. Questo per motivi legati ai lavori della campagna, in quel periodo del mese di Luglio, relativamente più tranquilli, dopo che ormai i raccolti nei campi erano stati portati a termine.

Nei tre giorni precedenti al 25 Giugno il campanile della nostra chiesetta viene illuminato per ricordare e onorare il ricordo di san Mauro, di sant’Eurosia e di don Angelo, sacerdote amatissimo e mai dimenticato, della nostra piccola comunità.

Durante la celebrazione liturgica viene offerto, oltre al pane e all’uva, anche un cesto pieno di verdure, a simboleggiare la prosperità del raccolto.

Alla fine della santa Messa invece viene brusà ul balun, ovvero una struttura metallica di forma circolare ricoperta da ovatta e carta. Questo gesto deriva dalla tradizione che la Chiesa Ambrosiana ha saputo trovare per onorare la festa dei martiri.

In antico nelle feste dei santi più solenni, tutto il Clero metropolitano con l’Arcivescovo si recava in processione dalla Cattedrale alla chiesa della stazione; in processione non si portavano i candelieri al fianco della croce, ma le candele si ponevano sulla sommità e sulle braccia della croce stessa. Quando la processione giungeva all’ingresso del presbiterio, con le candele poste sulla croce si accendeva il “pharus”, o “corona”; sopra di essa si collocava un anello di bambagia a cui veniva dato il fuoco, che accendeva le singole lampade. L’uso si è poi trasformato ed ora, nelle feste di un santo martire, titolare o patrono, è diventato un globo di bambagia che viene bruciato dal celebrante.

Il pallone che prende fuoco è la vita del martire che si consuma per e nella fede ardente nella trinità. La forma sferica, invece, probabilmente rappresenta la totalità del sacrificio del martire.

Sant’Eurosia è sempre stata invocata dai nostri anziani, e di questo ne porto io stessa il ricordo, durante i temporali estivi, quando si suonavano le campane della chiesina per allontanare la grandine e per far calmare la furia degli elementi per non far distruggere i campi e gli orti. Nel campanile della chiesa di san Mauro una delle tre campane più antiche, datate al 1925, è intitolata proprio a Sant’Eurosia.

La festa della santa è anche l’occasione per preparare la buonissima torta paesana, nera, di latte, fatta di pane.

E’ una torta che nasce magicamente dall’incontro di ingredienti poveri, ma dal gusto e dal sapore inconfondibili, il sapore dei ricordi e dell’infanzia per molti di noi, la torta preferita delle nostre nonne, la Torta con la t maiuscola, quella per eccellenza.

C’è una storia riguardo a questa torta che pare sia la vera storia della torta paesana:

C’era una volta, tanto tempo fa, un uomo che si procacciava il cibo cacciando animali e poi nutrendosi della loro carne cruda. A causa di ciò, soffriva di verme solitario e non riusciva a ingrassare di un solo etto. Un giorno, un fulmine colpì proprio la casetta sull’albero che aveva costruito per suo figlio e, da quel giorno, imparò a controllare il fuoco e, da lì, cominciò a cuocere la carne prima di mangiarla. E finalmente cominciò a prender peso. Una bella e salutare pancetta era ormai spuntata dal suo ventre prima così scheletrico. Anche la tenia era scomparsa. E il mondo divenne un po’ migliore.
Era sempre a spasso per la foresta, ma un giorno inciampò in un ramo d’albero e cadendo si sbucciò il ginocchio. Pianse molto e a lungo, fino a non aver più lacrime da versare tanto che, quando queste finirono, si rimboccò le maniche e inventò una ruota. E il mondo divenne un po’ migliore.
Ma con una ruota sola, si sa, non si va da nessuna parte. Così decise di appenderla ad un ramo ed il figlio entusiasta non faceva che girarla, di continuo, girava e girava, tutto il giorno, tutti i giorni. Ma a furia di farla girare anche il padre cominciò ad essere irrequieto e infastidito da tutto ciò e, in poco tempo, a girare di continuo non fu più solo la ruota! Non salutava più i vicini, rispondeva male a sua moglie e sgridava di continuo il figlio. Così un bel giorno, sua moglie, nel tentativo di distrarlo e calmarlo, si mise in cucina e preparò una torta con quel poco che aveva in casa a sua disposizione, e cioè pane vecchio bagnato nel latte, a cui poi aggiunse, per dare un po’ di sapore in più, del cacao, un po’ di uvetta e di pinoli e per finire degli amaretti dolci. Dopo aver addentato un paio di fette il marito si calmò, ma durò poco, perché quella ruota continuava a girare, e girava e girava. Così per placare quell’animo ormai burbero e irrequieto, la moglie si rimise in cucina e preparò tanta di quella torta che ne avanzò un’immensa quantità, tanto da esser regalata a tutti gli abitanti del paese. Quella torta piacque tantissimo e tutti cominciarono a preparala a loro volta, e a sorridere, e a essere felici. Venne chiamata “Torta Paesana”
E il mondo divenne un po’ migliore.

RICETTA:
500 gr .pane comune raffermo (oppure pane fresco comune tipo Michetta)
1 litro di latte

250 gr. biscotti secchi
250 gr .amaretti
2 uova
100 gr cioccolato fondente
70 gr cacao dolce
100 gr zucchero semolato
2 cucchiai di olio di oliva
150 gr di cedro candito
70 gr di uvetta
100 gr di pinoli
rhum q.b.

PROCEDIMENTO:
Mettete il pane a pezzi a macerare nel latte tiepido (se il latte non basta, aggiungete acqua bollente, fino a coprire completamente il pane). Ogni tanto mescolate per farlo inzuppare per bene: va lasciato a bagno per almeno 3-4 ore. Quando sarà pronto, scolatelo e passatelo con lo schiacciapatate o con il passaverdure per evitare che rimangano degli “occhielli di pane” nella torta. Sbriciolare finemente gli amaretti e ammollare l’uvetta in acqua tiepida. Unite quindi gli ingredienti al pane: amaretti, cacao, zucchero, l’uvetta strizzata, i pinoli e il cedro a pezzetti amalgamandoli bene. Imburrate le teglie, versate il composto, livellatelo e copritelo con l’uovo sbattuto che farà la crosticina e qualche pinolo per decorare. Infornate 180° gradi per circa un’ora. La torta deve essere abbastanza morbida e “umida”, ma vale la prova stecchino.

Vivi

(V.S.)